Immaginiamoci una passeggiata per le calli e i ponti della Venezia del Settecento.

Troveremo nobiluomini a bordo delle loro gondole avviarsi verso una delle importanti riunioni dei consigli della Repubblica mentre salutano le loro dame imbellettate e imparruccate che si affacciano dai balconi che danno sul Canal Grande, la principale arteria cittadina.

Ora ecco i nostri nobili riuniti nella Sala del Consiglio di Palazzo Ducale, a cospetto del Doge, seduto sul suo trono tra due grandi focolari accesi che emanano soavi profumi di legni ed erbe aromatiche nel grande salone, relativamente piccolo per i più di duemila patrizi che sono accorsi alla riunione.

I Grandi, i veri Signori di Venezia, al termine della seduta, si ritrovano ad uno dei caffè di Piazza San Marco, tra i primi d’Europa, per discutere di politica, di donne, degli arcana secreti massonici, di magiche formule alchemiche.
È carnevale e le signore pulite, profumate, ingioiellate, si riuniscono nei foie del teatro, dove prendono il the in attesa dell’inizio dello spettacolo. Sono allegre, ridono inebriate dalle note cipriate dei loro profumi e dalle essenze ambrate di quelli dei loro uomini.

Giù al porto i mercanti trafficano tra casse di spezie provenienti dai convogli d’Alessandria d’Egitto, dall’Egeo, da Tessalonica e da Costantinopoli. Contengono le spezie, base della ricchezza commerciale della Repubblica persino ora, nel secolo del suo “splendido tramonto”. Nei secoli precedenti Venezia è stata all’avanguardia nella cultura e nella ricchezza in Europa. Anche per quanto riguarda la cura della persona. Nel 1561 vi è stato stampato il primo, e a lungo unico, trattato di bellezza scritto da una donna: “I secreti de la signora Isabella Cortese ne’ quali si contengono cose minerali, medicinali, artificiose, et alchemiche, et molte de l’arte profumatoria, appartenenti a ogni gran signora” .

Alla fine del XVII secolo due artigiani veneziani erano stati chiamati alla corte del Re Sole, la più splendida dell’epoca. Accadeva che Luigi XIV soffrisse di gotta e che volesse un unguento che ne coprisse i mali odori, lo cerca a Venezia, i cui artigiani sono allora considerati i fuoriclasse d’Europa. Giungono a Versailles i muschieri, così chiamati per l’ampio utilizzo delle note muschiate e ambrate nei loro prodotti; il risultato è così apprezzato che l’intera corte inizia ad ordinare loro nuove essenze, così che il re istituisce a Versailles un piccolo laboratorio di profumi che diverrà il nucleo della futura scuola.

La tradizione profumiera veneziana è antica e prestigiosa almeno al pari di quella fiorentina. Vi troviamo varie suggestioni:

  • La tradizione dei profumi d’ambiente: Sin dal Medioevo in Europa unguenti ed erbe aromatiche erano utilizzate comunemente per profumare gli ambienti domestici, resi insalubri dalla sporcizia e dagli odori della cucina e degli animali che condividevano gli spazi con l’uomo. Nell’Europa continentale si era soliti bruciare nel camino legni profumati, erbe, o bucce di frutti così che l’aroma prodotto potesse impregnare l’ambiente. A Venezia tutto ciò si collegava alla natura anfibia della città, alla possibilità d’importare dall’Oriente legni profumati, ma anche frutti essiccati, come quelli provenienti dalle isole dell’Egeo e da Creta, molto apprezzati.

 

  • Le essenze medicinali: La laguna non era solo fonte di ricchezza per i veneziani, ma anche possibile causa del diffondersi di malattie, quali la temutissima peste, al tempo associata al diffondersi di arie malsane. Per questo le case venivano provviste di più focolari per stanza, di modo da letteralmente “bruciare” gli agenti patogeni presenti nell’aria, cospargendo nel frattempo aromi derivanti da erbe balsamiche e officinali importate dal Nord Europa. Così era consigliabile per i nobili girare in città coprendosi il naso e la bocca con sacchetti contenenti le medesime erbe balsamiche e officinali. Per lo stesso motivo l’igiene veniva considerata fondamentale, pertanto nella Serenissima si sviluppò una rilevante industria del sapone, gli artigiani saponieri, e, dal Cinquecento, quella cosmetica legata al mondo femminile e della barberia, i muschieri, chiamati così per via della materia prima a base muschiata

 

  • La tradizione commerciale: Altrove la produzione di profumi avveniva nei conventi, per opera dei frati speziali, e Venezia non fa eccezione, ma qui la tradizione profumiera si coniuga con i sapori d’Oriente, cui la città lagunare è profondamente legata.

Il suo rapporto con il Levante, bizantino e greco prima, turco e arabo poi, permette alla Serenissima d’importare materie prime sottoforma di spezie, ma anche di legni particolarmente pregiati e aromatici, che i nobili raccolti intorno al Doge nella Sala del Consiglio di Palazzo Ducale usavano bruciare nei due grandi camini che si stagliano alle spalle del trono dogale. Infine la famosa “polvere di Cipro”, scoperta dai veneziani nella perla del loro Impero Levantino e utilizzata come belletto.

Né l’esperienza olfattiva dei nobili veneti si concludeva con le note d’Oriente, ma proseguiva grazie ai proficui contatti con il mondo tedesco – il Fondaco dei Tedeschi – e olandese, permettendo l’importazione dei prodotti nordici, quali burri e fiori olandesi.
Era d’uso poi che il Divano, cioè il governo dell’Impero Ottomano, donasse preziose boccette d’unguento profumato alla moglie del Bailo (ambasciatore) veneziano residente a Istambul.

• Suggestioni di magia: L’Oriente, cui Venezia era così legata, significava anche magia, arcana secretii che la nobiltà europea cercava di decifrare attraverso la mistica e l’alchimia. L’olfatto era considerato il mezzo principale per permettere all’anima di sfuggire alla prigione fisica del corpo e viaggiare attraverso i vari piani dell’esistenza. Nella mistica sia conventuale che nobiliare allora il profumo diveniva elemento importante, così come lo era nell’alchimia, in cui veniva considerato un mezzo per giungere al segreto della Pietra Filosofale. Nel Sei-Settecento veneziano, epoca di libertini e logge massoniche, si diffuse anche presso gli ambienti elitari della città l’uso di sperimentare, creando virtuosismi olfattivi di livello sempre più elevato e raffinato.

Un ambiente dunque in cui si mescolavano strani sogni di una nobiltà decadente, l’attivismo imprenditoriale di un ceto mercantile e artigianale di assoluto livello internazionale, la raffinatezza culturale, le mescolanze e gli incontri olfattivi che venivano suscitati da una città che era punto d’incontro tra la magia levantina e la tradizione dell’Europa del Nord.